Quarto "Dialogo"

L'onere della prova

Dialogo fra Andrea Camilleri e Luciano Pietronero, modera Giovanni Bachelet

La storia dell’onere della prova inizia a Mileto, circa 600 anni prima della nascita di Cristo. Talete, uno dei sette saggi dell’antichità greca, propone una teoria sul costituente ultimo della materia. Secondo lui tutto ciò che ci circonda, in ultima analisi, è formato da acqua.

Sebbene oggi la risposta ci lasci perplessi, colpisce che, per la prima volta nella storia, Talete si preoccupi di fornirci due motivazioni per la sua risposta. La prima è che senza acqua non esiste vita e, dato che la vita esiste, non può non esistere l’acqua. La seconda è che l’acqua è l’unico elemento che, alle temperature del nostro pianeta, si trova nei tre stati: solida, liquida e gassosa. Dato che in natura esistono elementi solidi, liquidi e gassosi, l’unica cosa che vediamo che possa garantire questo è effettivamente l’acqua.

Non possiamo certo ancora parlare di prova sperimentale, ma da Talete ai nostri giorni, qualsiasi affermazione scientifica dovrà essere accompagnata, prima o poi, dall’onere della prova.

Già il pensiero greco maturo, come quello dell’epoca ellenistica, che vede scienziati del calibro di Eratostene, Aristarco e Archimede, conosce ed utilizza il metodo sperimentale così come è stato più tardi riscoperto, portato a maturità e soprattutto divulgato da Galileo Galilei.

Il “metodo sperimentale” diventa sinonimo di “metodo scientifico”.

Fare un esperimento scientifico significa ricreare uno specifico fenomeno naturale, sotto condizioni controllate e misurare in maniera quantitativa il valore delle variabili fisiche che vogliamo controllare. Questo esperimento deve poter essere ripetuto quante volte vogliamo, in qualsiasi luogo vogliamo e, affinché possiamo ritenere affidabile la teoria che lo spiega, deve dare lo stesso risultato, sotto le stesse condizioni.

Da Galileo a… l’altro ieri, questa definizione era impeccabile. Oggi le cose sono un po’ diverse.

Il pensiero dell’uomo si è inoltrato in luoghi dove la definizione di esperimento sopra riportata non ha più senso. Ad esempio oggi abbiamo teorie che tentano di spiegare la nascita del nostro Universo. La teoria del Big Bang è la più accreditata. Come facciamo, però, a “ripeterla sotto condizioni controllate” e per di più “tante volte quante vogliamo”? Ovviamente impossibile, dobbiamo accontentarci, al massimo, di provare a riprodurre in laboratorio (come adesso sta avvenendo a Ginevra) alcune specifiche condizioni che ipotizziamo possano essersi verificate in una specifica fase dell’evoluzione dell’universo e misurare se sia o meno avvenuta una determinata reazione e, nel caso, in che quantità e con quale modalità.

Se otteniamo ciò che era previsto dalla teoria, cosa possiamo affermare? Che la teoria descrive bene la nascita o l’evoluzione dell’Universo? Assolutamente no. Possiamo solo dire che al momento la descrizione dell’Universo illustrata dalla nostra teoria è la migliore descrizione in nostro possesso in questo momento, se non addirittura “una delle descrizioni non contraddittorie” in nostro possesso, in questo momento.

La “prova”, quindi, ci serve per scartare teorie che non funzionano, ma non sono sufficienti ad avvalorare teorie che non vengono smentite.

Problemi analoghi li troviamo nella fisica delle particelle elementari dove le dimensioni spazio-temporali coinvolte sono così infinitesime che le nostre misure sono tutte misure indirette e quindi dipendono esse stesse dalla teorie che le descrive.

Immaginate di avere una scatola chiusa con dentro un oggetto. Potete attraverso dei fori inserire dei bastoncini e, toccando l’oggetto con la punta del bastoncino, in diversi punti, cercare di capire di che oggetto si tratti. Dopo varie misure fate un’ipotesi. Ad esempio affermate: “dentro c’è un libro”. Adesso aprite la scatola e controllate se avete indovinato.

Ecco, possiamo pensare che le “punzecchiature” con il bastoncino siano le misure che noi facciamo sulla natura… il problema è che dopo aver formulato l’ipotesi, non possiamo mai aprire la scatola per controllare! Certo, se l’ipotesi che facciamo è sbagliata, abbiamo una certa probabilità (che non sempre è così grande) che prima o poi faremo una misura che contraddirà la nostra ipotesi.

Anche in questo caso (come in tutti, d’altra parte), possiamo solo scartare, o superare, migliorare, teorie non più soddisfacenti, ma non affermare “l’esattezza” di una teoria.

Queste considerazioni valgono comunque per fenomeni “facili”, oggi la scienza si sta insinuando anche in campi più “complessi”, dove il solo fatto di selezioni variabili da misurare o capire cosa sia una misura è un problema aperto. Provate, ad esempio, a definire la pressione in punti situati nel bel mezzo di una esplosione. Ma questo è ancora niente se pensate di voler trovare variabili che definiscano la quantità di “vita” o di “intelligenza”.

È chiaro che anche il concetto di “prova” si sta evolvendo.

Galleria: 
Galileo Galilei